2Tm -2, 8-13
Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Certa è questa parola:
Se moriamo con lui, vivremo anche con lui;
se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.
Lc 12, 35-40
“Siate sempre pronti, con i fianchi cinti e le lucerne accese; siate anche voi come quei servi che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per essere pronti ad aprirgli quando arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; vi assicuro che egli prenderà un grembiule, li farà sedere al tavolo e si metterà a servirli. E se, arrivando nel mezzo della notte o prima dell’alba, troverà i suoi servi ancora svegli, beati loro! Cercate di capire: se il padrone di casa conoscesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà quando voi non ve l’aspettate”.
Ci sono sempre, in ogni versetto o capitolo, delle parole che ci colpiscono.
Suggerirei, per la lettura personale del Vangelo, un metodo semplice che consiste in due passi: soffermarsi sulle parole che ci colpiscono; cercare di interrogarle per capire cosa ci vogliono dire.
In questo caso, per quanto mi riguarda, mi colpisce la parola sempre: “Siate sempre pronti”. È una richiesta molto impegnativa, non dà la possibilità di interpretazioni ambigue, l’invito è molto chiaro. Magari noi leggendo la parola sempre stiamo pensando che questo significhi sempre di giorno. Invece il testo successivo ci richiama soprattutto alla necessità di essere pronti durante la notte.
Come facciamo a essere pronti di notte? E, soprattutto, a quale notte si riferisce?
È difficile che si riferisca alla notte astronomica; anche perché di notte uno è andato a letto con la coscienza abbastanza tranquilla, dorme, non sta facendo niente di male: arriva il Signore ed è in una condizione ideale.
Evidentemente notte significa qualcos’altro e probabilmente significa notte dell’anima, perché il premio che viene dato in cambio è veramente formidabile. E’ quindi formidabile anche quello che viene chiesto. Praticamente ci viene chiesto di non perderci proprio nei momenti più difficili, nei momenti di buio dell’anima.
Tutti noi abbiamo attraversato periodi di questo tipo, di buio, di aridità, ecc. L’invito che ci propone questo brano del Vangelo è di vivere questi periodi in modo da essere comunque pronti ad aprire quando arriva il Signore.
Il buio e l’aridità tenderebbero a chiuderci. La proposta del Vangelo invece è di considerarli stati interiori in cui prepararci ancora meglio.
C’è anche un riferimento, secondo me, alla possibilità di considerare questi periodi come particolarmente favorevoli allo stare svegli, cioè al risveglio. La lettura del brano ci attira poi sulla parola ancora (Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli). Evidentemente c’è la possibilità di non restare svegli. Per questi è prevista una ricompensa inimmaginabile: un rovesciamento della relazione padrone-servo, quindi creatore-creatura (vi assicuro che egli prenderà un grembiule, li farà sedere al tavolo e si metterà a servirli).
Gli ultimi versetti ci spiegano perché la richiesta è quella di essere sempre pronti: “perché nessuno sa quando arriverà il Figlio dell’uomo”.
Sabina: Cosa si intende per arrivo del Figlio dell’uomo?
A. Si intende sia la venuta personale in te, sia quella parusiaca finale.
Il Vangelo letto si applica bene ai nostri tempi. Viviamo in un periodo di scristianizzazione. Ciò significa che molti hanno spento le loro lucerne.
Il mondo è attualmente organizzato in modo tale che siamo indotti a considerarlo come fonte di soddisfacimento più che sufficiente per dare senso alla nostra vita. Certo che il mondo è bello, ma è una parte della risposta che cerchiamo, mentre invece oggi il mondo si propone come l’unica risposta che conta.
L’invito del Vangelo è quello del vivere nel mondo, ma sempre con la capacità di essere pronti ad andare: “fianchi cinti, lucerna accesa”.Il rovesciamento sorprendente che leggiamo in questo brano si può leggere in rapporto al dono della figliolanza, nel senso che in Cristo la creatura umana riceve il dono di diventare figlio di Dio. Questo stesso brano ci fa capire che l’uomo sta vivendo nella casa del padrone (Dio). Attualmente sta vivendo da servo ma comunque nella casa del padrone. La giusta attesa e la capacità di accogliere Dio quando bussa, trasforma il rapporto e il servo viene trattato come un padrone.
Nella lettera di Paolo a Timoteo, 2Tm -2, 8-13, ci si spinge ancora più in là: ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti. Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà.
Qui l’associazione Dio-creatura è ancora più spinta, al punto tale che quello che facciamo, quello che facciamo verso Dio, lo facciamo a noi stessi.
In questo senso, gli ultimi versetti offrono una chiave di lettura: se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnega; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele perché non può rinnegare se stesso.
Se lo rinneghiamo, lui ci rinnegherà, ma allo stesso tempo rimane fedele, non può rinnegare se stesso. Tutti i passaggi precedenti ci porterebbero a concludere che, essendo tutt’uno con noi, se lo rinneghiamo anche lui rinnegherà se stesso. Invece lui rimane fedele. Il perché è evidente: quello che faccio al Signore lo faccio a me stesso perché sono un tutt’uno con lui. Oppure: quello che faccio al Signore lo faccio a me stesso perché lui è un tutt’uno con me. Quindi, se sono un tutt’uno con lui, quando rinnego lui, rinnego me stesso. D’altra parte lui non può rinnegare se stesso, quindi si separa per rimanere fedele.
Sabina: Quindi invece di rinnegarmi, si separa?
A. Sì.
Lamberto: No, anche lui mi rinnega.
A. Mi rinnega perché io rinnego me stesso, in quanto sono un tutt’uno con lui. Dovendo rimanere fedele a se stesso, si separa.
Luigi: Quindi è un tutt’uno che non è reale del tutto fino a che non si è realizzato, questo tutt’uno deve essere raggiunto?
A. Dobbiamo raggiungerlo, deve essere una conquista nostra, deve esserci una risposta nostra, non può essere un automatismo. Noi siamo esseri senzienti. Il cosmo, anche quello insenziente, è un tutt’uno con Dio, e va bene così. Ma per gustare la relazione, bisogna realizzarla. Il sasso è tutt’uno con Dio, ma non gusta la relazione. Io sono tutt’uno con Dio ma sono invitato, chiamato a rendermene conto. Devo volerlo.
Luigi: Quindi c’è una fase in cui sono io che devo scegliere di essere un tutt’uno con lui. Se divento un tutt’uno con lui, allora se io lo amo lui mi ama, ecc. Ma se io non scelgo quella strada e mi sottraggo, non siamo più un tutt’uno: lui rimane se stesso, perché non può che essere fedele a se stesso, e io vado per un’altra strada, all’opposto di Dio, verso un destino che non si sa. Naturalmente a noi interessa il percorso che porta all’unione.
A. Non c’è nient’altro che dà senso alla vita. Ci sono stati dei momenti in cui magari potremmo aver pensato che anche il male è una cosa gustosa, ma non porta da nessuna parte, distrugge e basta.
Luigi: Sì, ma nel Vangelo c’è un continuo martellante invito a questa scelta, a questa unione. Quindi sembra che sia veramente reale la possibilità di sottrarci.
A. Sì, anche se questo è un tema su cui non si riflette molto volentieri.
Filomena: Secondo me siamo sempre sottratti.
A. Non facciamo altro che scappare.
Luigi: Sì, ma un conto è se col cuore vuoi essere sempre con lui, anche se per debolezza continui a peccare, un altro è quando fai la scelta, come dice Antonello, di spegnere la lanterna. Bella quell’immagine. Noi, anche se pecchiamo, la lanterna ce l’abbiamo accesa nel cuore, è questo che ci dà speranza. Allora se mantieni i tuoi occhi rivolti al Signore, la lanterna è accesa, ma se la spegni è finita. È questo il dramma.
Filomena: Ma io ho realmente la possibilità di spegnerla?
A. È questo il tema che si sta proponendo il Vangelo: c’è la possibilità di spegnerla o no?
Luigi: C’è la libertà, quindi c’è la possibilità anche di spegnerla.
Ma quello che non ho ben capito è questo arrivo improvviso: cosa intende per arrivo improvviso? Penso che la comune comprensione di questo invito vada rovesciata.
In quel “sempre” non c’è forse l’invito a posizionarci nello stato del “sempre”?
Lamberto: Però penso che sia più facile che venga di notte, quando è più facile smarrirci.
A. Di notte è più facile non essere pronti.
Qui la Chiesa, nel senso del gruppo, della comunità, aiuta molto. Diverse piccole comunità che son sorte negli ultimi 20-30 anni e si sono autogestite secondo una forma spirituale propria, sono finalizzate anche a rispondere a questi bisogni, di sentirsi accolti nei momenti di oscurità. Una forma di accoglienza che non si avverte più nella macro Chiesa e nelle macro assemblee.
Luigi: Ma c’è sempre l’incontro con il padre spirituale, con il direttore spirituale, con il confessore.
A. Se ci sono.
Luigi: Se non si trovano si può cambiare paese, si può trovare sempre una persona con cui parlare. La Chiesa ha il rito che è aperto a tutti; però nel momento della notte si può incontrare un’altra anima che può aiutare.
A. Oggi ci sono pochi padri spirituali che hanno vissuto la notte oscura.
(Antonello Bazzan, 20/12/2009)
